Il design dei nuovi euro: le 10 proposte creative analizzate da chi tutti i giorni disegna per banche e fintech.
Il 23 luglio la BCE ha svelato le dieci proposte per le nuove banconote e ha aperto una consultazione pubblica che resterà attiva fino al 21 settembre. Da allora i critici del design di mezza eurozona (e i presunti tali) si esprimono sull’estetica della cartamoneta più in voga del momento. Quasi tutti, però, stanno discutendo con le persone sbagliate.
Chi dovrebbe giudicare il design di una banconota?
Chi fa il nostro mestiere ha un difetto professionale: giudica una banconota con gli stessi criteri con cui giudica un manifesto. Sono anche i criteri che portano un intero settore ad ammirare cose che nessuno userebbe.
Conviene perciò tenere separati i due livelli di analisi, ovvero l’aspetto tecnico-grafico e quello di adozione da parte della popolazione europea.
Il primo livello di analisi riguarda aspetti esecutivi: tipografia, griglia, tenuta del sistema, resa dei dettagli. È il terreno su cui un grafico giudica legittimamente il lavoro di altri grafici, ed è anche l’unico su cui possiamo dire qualcosa per competenza. Ma non è un terreno democratico, e non è corretto decidere secondo i criteri di questo piano l’appropriatezza o meno di un design di uno strumento e di adozione paneuropeo come il design delle nuove banconote. Il secondo riguarda l’oggetto come strumento pubblico: si riconosce come denaro, si legge senza istruzioni, permette a chi lo maneggia di ritrovarsi in ciò che rappresenta. Una banconota è probabilmente l’unico artefatto di design che passa ogni giorno per le mani di tutti senza che nessuno l’abbia scelto: non si può disdire l’abbonamento, non si può cambiare applicazione, e per milioni di europei non si può nemmeno decidere di farne a meno. Questo impone uno standard che a un manifesto nessuno sognerebbe di chiedere.
La conseguenza è sgradevole per la nostra categoria, ma va applicata senza sconti: un difetto esecutivo non affossa una proposta, e un’esecuzione magnifica non la salva.
Il “test del Monopoli”
Il criterio che pesa di più è anche il più scivoloso. Detto male si riduce a un’impressione: questa sembra una banconota vera, quest’altra no. Lo abbiamo ribattezzato il test del Monopoli, e per renderlo discutibile lo abbiamo scomposto in quattro elementi osservabili, sui quali chi non è d’accordo può indicare l’immagine e sostenere il contrario.
Il numerale integrato nel campo cromatico, cioè la cifra che prende colore dalla tavolozza invece di poggiarvisi sopra in nero. Il segno stratificato, con livelli sovrapposti, texture fini e trasparenze, al posto delle campiture uniformi. La continuità di trattamento fra fronte e retro, cioè la stessa tecnica sui due lati e non un’illustrazione da una parte e uno schema dall’altra. E l’assenza degli idiomi propri della grafica di consumo: barre a tutta larghezza, tinte piatte, figure da libreria di stock.
Nessuno dei quattro ha a che vedere con la bellezza. Hanno a che vedere con la densità di lavorazione che da secoli associamo a un documento di valore e che i falsari faticano a riprodurre: non è nostalgia del barocco, è il motivo per cui gli assegni circolari conservano ancora fondini che nessuno ha mai guardato.
Gli altri tre criteri stanno in una riga ciascuno. La lettura deve essere democratica: il valore si coglie senza aiuto, il significato non richiede didascalia. Un livello di lettura profondo è un pregio finché premia chi guarda meglio, e diventa un difetto quando è l’unica porta d’ingresso. Il sistema deve essere coerente su due assi, fra i due lati della stessa banconota e fra i sei tagli. E il colore deve obbedire a una grammatica ricostruibile: il colore dominante di ciascun taglio era prescritto dal brief, e da lì nasce l’aspettativa che anche gli altri elementi cromatici, a partire dal numerale, seguano una regola e la tengano. È il più pedante dei quattro. E ne farà le spese una proposta sola.
Che cosa trasforma un pezzo di carta in denaro
Duecento anni fa Quatremère de Quincy distingueva il modello dal tipo. Il modello si copia tale e quale; il tipo è un principio più elastico, che consente opere le quali fra loro non si somigliano affatto e che restano nondimeno riconoscibili come appartenenti alla stessa famiglia. È esattamente la distinzione che manca al dibattito di queste settimane, dove chi difende la continuità e chi invoca la rottura discutono come se una banconota fosse un modello, mentre è un tipo.
Alcune caratteristiche funzionano da ancore: sono il modo in cui il pubblico capisce, senza doverci pensare, che quell’oggetto è denaro e quanto vale. Nel nostro giudizio sono quattro, e nessuna riguarda lo stile: l’orientamento, la dimensione del taglio, il colore dominante, il trattamento del numerale. Nessuna, si noti, ha a che fare con il gusto di chi disegna. Tutto il resto è superficie libera, e sulla superficie libera la timidezza non è una virtù.
Da cui la seconda metà della regola, che è poi quella che conta davvero. Spostare un’ancora resta legittimo, a patto che generi un apporto che non si poteva ottenere restando fermi. E poiché una serie nuova impone comunque costi di produzione, di adeguamento e di riapprendimento a chi non ha chiesto nulla, la stessa domanda vale per l’operazione intera.
Sull’orientamento la regola va datata, altrimenti degenera in conservatorismo travestito da metodo. Non vogliamo sostenere che il formato verticale sia meno autorevole in sé: riteniamo che oggi, nell’area euro, l’orizzontale è l’ancora in vigore e spostarla costa a tutti gli utilizzatori un processo di riapprendimento. Il caso svizzero, dove una serie verticale ha sostituito serie orizzontali ed è poi stata premiata a livello internazionale, dimostra che l’ancora si sposta e che col tempo diventa a sua volta ancora; dimostra però anche che il costo esiste, e che a pagarlo di più è chi il contante lo usa ogni giorno. La Svizzera lo ha imposto a un paese solo. L’area euro finirebbe per imporlo a venti.
La BCE sta ignorando 350 milioni di europei
Anche la giuria ha reso pubblici i propri criteri, che sono tredici e hanno ciascuno un peso. Il dibattito di queste settimane li ignora, e ha torto: è un processo serio. Criteri fissati prima del concorso, ventuno esperti indipendenti designati dalle banche centrali nazionali, proposte anonimizzate da un fornitore terzo perché né la BCE né i giurati potessero risalire agli autori.
Il punto sta nei pesi degli otto criteri visivi. Creatività e originalità valgono il 25%; attrattiva visiva e qualità estetica il 20%; armonia della serie, coerenza tematica, simbolismo, distinzione fra i tagli e accessibilità 10% ciascuno. La riconoscibilità pubblica vale il 5%.
Solo il 5 per cento. Il criterio che misura quanto il pubblico riconosca l’oggetto è il più basso degli otto e vale un quinto dell’originalità, in una griglia costruita per scegliere l’immagine di una cosa che passerà per le mani di 350 milioni di persone che non hanno votato.
Non lo segnaliamo come uno scandalo, e sarebbe scorretto farlo: nella giuria siedono due studiosi di psicologia cognitiva e di neuroscienze dell’attenzione, cioè esattamente chi sa come si riconosce un oggetto in mezzo secondo, il che dimostra che il problema era ben presente. Lo segnaliamo perché quel numero spiega la selezione meglio di qualsiasi ipotesi sui gusti dei ventuno. E perché sarebbe una discussione più utile di quella sull’anagrafe dei personaggi. Dei nostri quattro criteri, per inciso, il primo sta quasi tutto dentro quel cinque per cento.
Le nostre pagelle: promossi e bocciati
L’ordine alfabetico è quello assegnato dalla BCE, ed è casuale: la giuria ha scelto le dieci proposte finaliste senza ordinarle. I voti riguardano i progetti e non i progettisti, che hanno lavorato dentro un brief chiuso e sono vincolati a obblighi di riservatezza che impediscono loro di replicare in pubblico.
Design A, Studio Joost Grootens
Voto: 5,5 / 10
Il minimalismo compositivo è rigoroso, e la griglia si percepisce con nettezza: layout perfettamente simmetrico, con un taglio netto al centro che funziona da affordance visiva, come se la banconota chiedesse di essere piegata a metà. Il mix di colori, però, è chiassoso. E il colore scuro dei caratteri numerici è troppo forte: la cifra resta sovrapposta invece di amalgamarsi alla tavolozza, come accade invece nella proposta B. Delle quattro componenti dell’autorevolezza percepita è l’unica a mancare, e basta a spostare il giudizio. Rigorosa e pulita, ma con la stessa autorevolezza di una banconota del Monopoli.
Design B, PunktFormStrich
Voto: 7,5 / 10
Il fronte è un buon compromesso fra rappresentazione ad alta fedeltà e sintesi al tratto, e i numeri colorati si amalgamano alla grafica invece di appoggiarvisi sopra, in linea con le banconote attuali. Tutte e quattro le ancore sono al loro posto. Il retro, invece, è algido e sterile: passa a una rappresentazione tecnica e minimalista che risulta scollata dal fronte. Una nota che non riguarda i designer ma il brief che hanno ricevuto: la sequenza degli uccelli non ha un climax, e sei specie disposte in progressione dal taglio più piccolo al più grande avrebbero dato alla serie una gerarchia che oggi le manca.
Design C, Neue Gestaltung GmbH
Voto: 7 / 10
Il fronte è la cosa meglio riuscita del gruppo: coniuga elementi fotografici desaturati con elementi geometrici ipermoderni, e il livello di lettura è sottile ma non invisibile ai non addetti ai lavori, perché le forme geometriche richiamano il personaggio, il pianoforte, l’ampolla. Il layout è perfettamente tripartito, quasi a suggerire la piega in tre nel portafoglio. Il retro è un’altra cosa, e cade di netto: figure prive di tratti che somigliano a illustrazione da libreria di stock. Pensate perché ciascuno vi si riconosca, ottengono l’effetto contrario. Il carattere tipografico, infine, è debole, e il progetto ne avrebbe chiesto uno più coraggioso.
Design D, Rudy Guedj e François Girard-Meunier
Voto: 8 / 10
A primo impatto una complessità notevole, e ben gestita. Fronte e retro sono omogenei pur avendo temperature diverse: il fronte più coraggioso e giocherellone, il retro più istituzionale e più da banconota. Il carattere è coraggioso e ben inserito, e il cinque ha dei tagli a quarantacinque gradi molto belli. Soprattutto è moderna senza essere minimal-fredda: c’è un’autorità dentro la modernità, e su un oggetto che è simbolo di tradizione non era affatto scontato. Il colore è al limite, forse oltre, ma quel limite fa parte della sua autorevolezza. Una nota a margine sull’orientamento misto orizzontale-verticale: proposta coraggiosissima, ma per nulla stonata grazie all’ambivalenza di lettura del layout sul fronte.
Design E, Myrsini Vardopoulou
Voto: 4 / 10
Un’evoluzione conservativa, autorevole ma slavata. Il problema vero è che non esiste una grammatica prevedibile del colore: sul cinquanta il numerale è viola davanti e dietro, dove il sistema chiederebbe l’arancione, e sul duecento è giallo sul fronte e viola sul retro. Nessuna regola ricostruibile. Anche l’omogeneità fra i tagli è gestita male: cinque, dieci e venti lavorano di silhouette e di elementi digitali, poi sul cento compare l’uomo vitruviano in uno stile di rappresentazione completamente diverso. E le incongruenze tornano sul fronte, dove alcuni personaggi sono monocromatici e altri, come Beethoven o Cervantes, hanno dettagli in colori a contrasto. Il colore del taglio è un’ancora, ed è l’unica proposta del tema culturale in cui un’ancora salta.
Design F, Jan Robert Dünnweller
Voto: 5 / 10
Molto coraggiosa, e a livello grafico ipercoerente: la commistione di stili è governata con sicurezza su tutti e sei i tagli, con disegni al tratto accostati a campiture in acquerello. È collage a tecnica mista con una forte matrice illustrativa, ed è bellissimo. Ma è pop, non è autorevole, e non è da banconota. Qui l’”effetto Monopoli” è al massimo: non è minimamente autorevole, perché manca del tutto la stratificazione del segno e le campiture restano piatte. È una bellissima serie di tavole, tanto che il primo istinto è chiedere quanto costa una copia numerata. La appenderemmo volentieri in ufficio sopra i nostri monitor, ma non la spenderemmo.
Design G, Rubio & del Amo e Cruz más Cruz
Voto: 5 / 10
La più radicale delle dieci: layout verticale e quadripartito, un unicum nel gruppo, dove ogni quartino compone una delle lettere E, U, R, O. Il dispositivo si vede, ma solo con un aiutino, e un aiutino non è democratico. In più stride: le quattro lettere si leggono in orizzontale mentre il layout è costruito in verticale. I numeri sono poco leggibili per via del carattere extended, anche se su una banconota nessuno ha bisogno di leggere la cifra per capirne il valore. Complessivamente omogenea, ma troppo colorata. E il verticale, per quanto interessante sul piano dell’esperienza d’uso, la fa somigliare più a un biglietto del cinema che a una banconota.
Design H, Atelier Goppel-Toperngpong
Voto: 6,5 / 10
L’immagine proposta per la filigrana è molto bella, la più convincente delle dieci, e nel complesso la serie è abbastanza omogenea, anche se fronte e retro adottano stili grafici diversi. È leggermente moderna senza perdere autorevolezza, e le quattro ancore sono salve. Sa molto di euro, però non nel senso migliore: assomiglia a quello che già abbiamo senza aggiungerci niente. Il fronte è meno riuscito del retro, perché è troppo artistico e sa di dipinto, mentre il retro è già pienamente una banconota. Il carattere dei numeri è debole, soprattutto nelle pance del due e del cinque, ma è un rilievo che ricade nel primo livello.
Design I, Isabelle Daëron
Voto: 4,5 / 10
Un design cupo e tenebroso, soprattutto sul retro. Sul fronte qualcosa funziona: l’uccello emerge perché è isolato da un disco bianco, sole o luna, che ritorna anche sul retro, e le mini illustrazioni a contrasto sopra la cifra in basso sono un dettaglio ben riuscito. Ma la combinazione fra layout verticale e barre colorate sopra e sotto la fa somigliare a un manifesto, e abbassa ulteriormente l’autorevolezza che una banconota deve avere. Il registro complessivo del fronte è quello della stampa giapponese, che su una banconota europea è una citazione decisamente fuori luogo. Il retro, poi, ad essere maliziosi, sembra una rappresentazione spettrale dell’Europa: città invase da piante, più vicine a uno scenario post-apocalittico che a una convivenza serena.
Design J, Ville Tietäväinen
Voto: 3,5 / 10
Contiene l’idea tecnicamente più intelligente delle dieci proposte, perché è l’unica a far portare un significato all’elemento di sicurezza della filigrana. L’esecuzione, però, la tradisce. L’insieme è sottotono e cupo: la tipografia dei numeri è scura su illustrazioni già scure, con un effetto outline marcato che peggiora la lettura, e l’ancora del numerale cede. Sul retro gli edifici sono sovrastati da ali in opacità troppo scure, che coprono invece di velare: sarebbero bastate più in trasparenza. L’immagine proposta per la filigrana somiglia a un reticolo di vene e le figure in basso, con lo sguardo impaurito e prive di occhi e di bocca, respingono invece di rassicurare, su un oggetto che deve passare ogni giorno per le mani di chiunque. Sembra rubata ad Assassin’s Creed.
Non solo banconote
La tensione che attraversa tutte e dieci le proposte è quella che incontriamo in ogni progetto di identità per un operatore finanziario. Un’istituzione deve essere riconoscibile e distintiva insieme: se somiglia a tutte le altre non esiste, se si allontana troppo dal codice della propria categoria smette di essere creduta. Distintività e credibilità tirano in direzioni opposte, e il mestiere sta tutto nel decidere dove si conserva e dove si osa.
La regola delle ancore è il modo in cui prendiamo quella decisione. In un’identità finanziaria le ancore non sono quelle di una banconota, ma la logica non cambia: si individuano le poche caratteristiche da cui dipende il riconoscimento, si dichiarano prima di cominciare, e su tutto il resto si lavora senza timidezza. È anche il criterio in base al quale, nei nostri progetti, il gusto di chi disegna deve cedere il passo.
Una banconota riuscita è una banconota di cui non si parla. Le ancore funzionano quando nessuno le nota, e il giorno in cui la nuova serie sarà nelle tasche di tutti la misura del suo successo sarà il silenzio. Un concorso, per sua natura, premia l’opposto: in sala vince il progetto che si fa notare, non quello che reggerà vent’anni di mani, di portafogli e di distributori automatici.
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